Il dilemma del «patriottismo» alla cinese: proclamare l’amore per la patria e affidare all’estero il futuro dei figli
2019-11-08
Quanto segue è tratto dall’articolo di Seki Hei pubblicato ieri sul Sankei Shimbun con il titolo Il dilemma del «patriottismo» alla cinese.
Verso la fine del mese scorso, le parole e il comportamento del campione cinese di pugilato Zou Shiming hanno suscitato polemiche su Internet in Cina.
Tutto è iniziato il 19 ottobre, quando, su Weibo, la versione cinese di Twitter, riferendosi all’attuale situazione di Hong Kong, ha espresso il proprio sostegno alla polizia di Hong Kong impegnata nella repressione delle manifestazioni e, al tempo stesso, ha ostentato il proprio patriottismo dichiarando: «Amo la mia patria. Neppure per un istante è possibile separare me dalla mia patria».
Inaspettatamente, però, questa dichiarazione ha suscitato reazioni ostili negli spazi online frequentati dai «patrioti».
Il motivo è che i tre figli maschi di Zou sono tutti nati all’estero e uno di loro ha la cittadinanza statunitense.
Su Internet si è scatenata una raffica di obiezioni: «Una persona che fa nascere i propri figli all’estero e fa ottenere loro la cittadinanza statunitense ha forse il diritto di parlare di “amore per la patria”?», e così l’appassionata «dichiarazione patriottica» di Zou ha avuto un effetto completamente opposto a quello sperato.
Anche nel settembre di quest’anno una celebrità è stata criticata secondo lo stesso schema.
Si tratta di Dong Qing, la celebre conduttrice della televisione centrale cinese.
Il 1º settembre, in occasione dell’inizio del nuovo periodo scolastico in Cina, è apparsa nel consueto programma della televisione centrale intitolato «La prima lezione del nuovo periodo scolastico».
Dong ha parlato ai bambini di tutto il paese dell’importanza di «amare la patria», esortandoli: «Quando sarete grandi, vorrei che diventaste protagonisti della costruzione della patria».
Anche questa dichiarazione ha suscitato aspre critiche su Internet.
Il motivo è che, alcuni anni prima, aveva deliberatamente preso un intero anno di pausa dal lavoro presso la televisione centrale per andare negli Stati Uniti a partorire e far ottenere al figlio la cittadinanza statunitense.
Su Internet si è scatenata una raffica di obiezioni e commenti sarcastici come questi.
«Sei libera di scegliere dove partorire, ma far nascere tuo figlio negli Stati Uniti e fargli ottenere la cittadinanza di quel paese, per poi insegnare ai figli degli altri ad “amare la patria”, è vile e ipocrita».
«Tuo figlio, in futuro, dovrebbe contribuire alla costruzione degli Stati Uniti in quanto americano, mentre i nostri figli devono diventare “protagonisti della costruzione della patria”?»
«Fare soldi in Cina e usare quel denaro per crescere il proprio figlio facendone un ottimo americano. Ecco che cos’è il “patriottismo” di Dong», e così via…
Mentre le critiche si diffondevano, gli utenti di Internet sono arrivati persino ad affibbiarle, con sarcasmo, il soprannome di «Dong la Patriota».
Probabilmente, d’ora in poi, Dong non potrà più parlare di «amore per la patria» in televisione o altrove.
Queste sono le ripercussioni delle «dichiarazioni patriottiche» di due celebrità.
Casi del genere continueranno probabilmente a susseguirsi.
In Cina, nel mondo dello spettacolo, dello sport, degli affari e dell’accademia, sono frequenti i casi di celebrità di successo che fanno nascere i propri figli negli Stati Uniti oppure acquisiscono esse stesse una cittadinanza straniera.
Già da molto tempo ciò è diventato persino una sorta di tendenza.
D’altra parte, queste celebrità cinesi, per la posizione che occupano, devono sempre proclamare a gran voce il proprio «amore per la patria» ogni volta che si presenta un’occasione.
A prescindere dal fatto che il «patriottismo» di cui parlano sia sincero o soltanto di facciata, molte persone dell’élite cinese, in fondo al cuore, aspirano ai paesi sviluppati con un elevato livello di civiltà, come quelli occidentali e il Giappone.
E non cercano mai di affidare il futuro dei propri figli alla «nostra amata patria».
Desiderano ardentemente affidarlo a paesi stranieri, come quelli occidentali e il Giappone.
Pur parlando continuamente di «amore per la patria», non nutrono speranza né fiducia nel futuro del proprio paese.
Credono di «amare la patria», ma non cercano di far sì che i loro figli «amino la patria».
È questo il grande dilemma del «patriottismo» alla cinese.
Non riesco proprio a pensare che abbia un «futuro» un paese al quale neppure i «patrioti» vogliono affidare il futuro dei propri figli.