Dalla Rivoluzione Xinhai alla «diplomazia rivoluzionaria» — Una lettura della rubrica di Masayuki Takayama

2024/03/14

Anche in questo articolo dimostra di essere un giornalista senza eguali nel mondo del dopoguerra.
12 marzo 2018
Masayuki Takayama scrive una stimata rubrica periodica che arricchisce le pagine finali del Weekly Shincho.
Il testo che segue è tratto dal numero di questa settimana.
Anche in questo articolo dimostra di essere un giornalista senza eguali nel mondo del dopoguerra.
Le evidenziazioni nel testo, a eccezione del titolo, sono mie.
Quando colpire la Cina
Per conoscere i cinesi può essere utile analizzare Xi Jinping, che fa il saluto militare con la mano sinistra, ma forse sarebbe ancora meglio esaminare un uomo di nome Li Yuanhong.
Come molti cinesi, non sapeva nuotare.
Ciononostante, volle entrare in marina e prestò servizio sull’incrociatore Guangjia durante la guerra sino-giapponese.
Nella battaglia del Mar Giallo affrontò la flotta giapponese, ma il comandante e Li si impaurirono e si diedero a una fuga senza precedenti davanti al nemico.
Dopo che la nave si fu arenata da sola, fuggì in mare, ma si rese conto di non saper nuotare.
Fu salvato dai suoi subordinati quando stava per annegare.
Abbandonò quindi il mare e divenne comandante di brigata a Wuhan, sotto la dinastia Qing.
Il suo compito consisteva nel catturare e giustiziare elementi rivoluzionari, come quelli della Società per la Rinascita della Cina, che sfidavano la dinastia Qing.
Anche quel giorno catturò circa cento persone e, verso sera, ne fece fucilare tre.
Tra quelle cento persone, però, vi erano molti soldati sotto il suo stesso comando.
Fino a che punto si era infiltrata l’ideologia rivoluzionaria?
Si coricò inquieto.
Fu allora che si verificò una grande esplosione in un arsenale di Wuchang, una delle tre città di Wuhan.
Li intuì che i rivoluzionari erano insorti.
Per loro, egli era il capo dell’odiato nemico.
Al solo pensiero di essere trascinato davanti alla folla, di vedersi tagliare le orecchie, cavare gli occhi e fare a pezzi fino alla morte, perse il controllo della vescica.
Chiamò i suoi subordinati.
Invece di ordinare loro di reprimere la rivolta, li supplicò di trovargli un nascondiglio.
L’esplosione di Wuchang non era stata opera dei rivoluzionari.
Si era trattato di un incidente: un soldato che trasportava un barile di polvere da sparo lo aveva lasciato cadere.
Ma i rivoluzionari caddero nello stesso equivoco di Li Yuanhong.
«Uno dei nostri compagni si è sollevato».
Al calare della sera, Wuhan era in tumulto, gremita di rivoluzionari e di persone entusiaste della rivoluzione.
Tra i giapponesi che li riunirono vi erano il militare in congedo Ōhara Takeyoshi e Kayano Nagatomo, un avventuriero politico giapponese attivo sul continente asiatico che conosceva Sun Yat-sen.
Dall’altra parte, a organizzare l’esercito della dinastia Qing era una missione di consiglieri militari tedeschi.
Il gioco della rivoluzione cominciò ad assumere l’aspetto di una guerra per procura tra il Giappone e la Germania.
Fu allora che Li Yuanhong venne scoperto nel suo nascondiglio.
Dovevano massacrarlo?
Ma i rivoluzionari non avevano un capo.
Sun Yat-sen era fuggito negli Stati Uniti dopo che era stata scoperta la sua appropriazione indebita di fondi.
Che fare?
Perché non mettere provvisoriamente a capo dei rivoluzionari Li Yuanhong, che, pur essendo un nemico, era una figura conosciuta?
La Rivoluzione Xinhai era cominciata, in origine, con un equivoco.
Una simile flessibilità era possibile.
Li divenne, per il momento, il capo dei rivoluzionari.
È per questo che viene definita una «rivoluzione assurda».
Nel frattempo, Sun Yat-sen si trovava a Denver.
I fondi per l’insurrezione provenivano da Umeya Shōkichi, un giapponese di buon cuore e fin troppo fiducioso.
Neppure quando apprese dell’insurrezione di Wuchang da un giornale americano fece immediatamente ritorno in patria.
Si diresse nella direzione opposta, verso New York, per poi recarsi a Londra, dove si affannò a raccogliere fondi spacciandosi per il nuovo capo della Cina.
Si era sollevato dieci volte e aveva fallito dieci volte, ma ogni volta cercava finanziatori e traeva profitto dal disastro.
Probabilmente avrebbe fallito anche questa volta.
Ma Sun Yat-sen pensava che non importasse, purché riuscisse a raccogliere il denaro.
Il giornalista americano George Bronson Lee, che conosceva bene Sun Yat-sen, scrisse nel suo libro che egli era proprio quel genere di uomo.
Quando Sun Yat-sen tornò in patria, la rivoluzione aveva inaspettatamente avuto successo.
Li Yuanhong era ancora saldamente al suo posto e anche Yuan Shikai era entrato sulla scena politica.
Non c’era posto per l’impostore Sun Yat-sen.
L’unica cosa che fece fu ribattezzare, alla maniera giapponese, l’insurrezione di Wuchang, che i cinesi chiamavano «Rivolta Xinhai», come «Rivoluzione Xinhai».
Fu soltanto su quel punto che i cinesi lo seguirono.
Da allora, i cinesi cominciarono a chiamare «rivoluzioni» le ribellioni politiche.
Inizialmente, il termine fu usato per la revisione dei trattati ineguali.
Il Giappone negoziò con gli altri Paesi e rivide i trattati, mentre i cinesi, sotto il nome di «diplomazia rivoluzionaria», dichiararono nulli tutti i trattati ineguali.
Lo stesso accadde agli interessi giapponesi in Manciuria.
La Cina cancellò il passato e rovesciò il tavolo.
Da allora, la Cina ha seguito esclusivamente una diplomazia rivoluzionaria che ignora le regole internazionali.
Anche quando un tribunale internazionale stabilì che non aveva diritti né interessi nelle isole Spratly, la Cina ignorò rivoluzionariamente quella decisione.
Anche a Hong Kong, dove si prevedeva il mantenimento di «un Paese, due sistemi» per cinquant’anni, si sta tentando di passare a un unico sistema.
E anche le nostre isole Senkaku stanno per essere trasformate in un territorio fondamentale della Cina attraverso una visione rivoluzionaria della storia.
Anche il Giappone ha una responsabilità nel comportamento arrogante e prepotente della Cina.
È ormai tempo di darle una lezione con un pugno di ferro.

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