La svolta della Lituania dalla Cina a Taiwan — Nel reportage di Mina Mitsui, una scelta di libertà e sicurezza nazionale

2024-02-10
Ripubblicazione!
2 febbraio 2022
Fino a pochi anni fa, la Lituania perseguiva una politica estera filocinese.
Quanto segue è un estratto dal dossier dedicato alle relazioni tra Giappone e Taiwan, pubblicato sul mensile Seiron, uscito ieri.
Il dossier si apre con un contributo di Mina Mitsui, responsabile dell’ufficio di Parigi del quotidiano Sankei Shimbun.
Lei è una vera giornalista.
Dossier: le relazioni tra Giappone e Taiwan, oggi più che mai
Imparare dalla Lituania, che ha scelto di sostenere Taiwan
La Lituania, uno dei tre Paesi baltici un tempo incorporati nell’Unione Sovietica, ha adottato una politica favorevole a Taiwan e affronta apertamente la Cina.
Lo scorso autunno, dopo aver autorizzato l’apertura di un ufficio di rappresentanza recante il nome «Taiwan», ha subito fortissime pressioni da Pechino: «È una violazione della politica di una sola Cina. Cambiate il nome».
Gli Stati Uniti e l’Europa hanno espresso il proprio sostegno alla Lituania, e la lotta di questo piccolo Paese è ormai diventata un banco di prova per il mondo democratico di fronte agli Stati autoritari.
Che cosa sta accadendo in Lituania, a oltre seimila chilometri dalla Cina?
Sono andata sul posto per scoprirlo.
L’effetto domino delle minacce
Chi, sentendo parlare della Lituania, riesce subito a individuarla su una carta geografica possiede certamente una notevole conoscenza degli affari internazionali.
La sua latitudine corrisponde approssimativamente a quella dell’estremità settentrionale dell’isola di Sachalin.
Situata sul confine orientale dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) e dell’Unione europea (UE), confina con la Bielorussia.
Ha circa 2,8 milioni di abitanti, meno della prefettura giapponese di Ibaraki.
Ho visitato la capitale, Vilnius, alla fine dello scorso dicembre.
Anche a mezzogiorno la luce era fioca come nel tardo pomeriggio, e il vento, a cinque gradi sotto zero, mi pungeva le guance.
Camminando sui marciapiedi innevati e rischiando più volte di scivolare, ho infine scorto il Parlamento dall’altra parte di una piazza.
L’imponente edificio in cemento è un retaggio della Guerra fredda.
Un tempo ospitava il Soviet Supremo della Repubblica Socialista Sovietica Lituana ed era chiamato «Palazzo sovietico».
Mi ero recata al Parlamento per intervistare il deputato Matas Maldeikis, presidente del gruppo parlamentare per le relazioni con la Cina e Taiwan.
Maldeikis appartiene all’Unione della Patria, il principale partito di centrodestra della coalizione di governo, ed era appena tornato da Taiwan, dove aveva guidato una delegazione di parlamentari dei tre Paesi baltici.
La visita era stata organizzata su sua iniziativa, invitando parlamentari della Lettonia e dell’Estonia.
La delegazione contava dieci deputati, sei dei quali lituani, appartenenti sia alla maggioranza sia all’opposizione.
Maldeikis ha quarantun anni.
Ha un sorriso affabile, ma dietro gli occhiali rotondi il suo sguardo è penetrante.
Ancora visibilmente entusiasta della visita, ha esordito così: «Il sostegno a Taiwan non è semplicemente una questione di simpatia per una piccola isola esposta alle intimidazioni cinesi. È una questione direttamente legata alla sicurezza nazionale del nostro Paese».
Parlando di «sicurezza nazionale», non intendeva dire che si aspettasse un attacco missilistico cinese contro la Lituania.
Voleva sottolineare che la Cina e la Russia stavano unendo le forze per minacciare il mondo democratico.
Mentre il presidente russo Vladimir Putin esercitava pressioni militari e politiche sull’Ucraina e sull’Europa orientale, il regime di Xi Jinping metteva sotto pressione Taiwan in un movimento apparentemente coordinato.
«Non si tratta di una semplice coincidenza», ha affermato Maldeikis.
Per la Lituania, la Russia è rimasta la principale minaccia anche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
«Durante la visita a Taiwan ho avuto più di trenta incontri con la presidente Tsai Ing-wen e con alti funzionari governativi, ascoltando le loro testimonianze sulle minacce che Taiwan deve affrontare.
«Mi hanno parlato degli attacchi informatici cinesi, della diffusione di disinformazione e delle intimidazioni militari rappresentate dalle incursioni degli aerei militari cinesi nella zona d’identificazione della difesa aerea di Taiwan.
«Mi ha colpito quanto siano simili i metodi impiegati dalla Russia e dalla Cina per destabilizzare i loro “vicini” democratici».
Maldeikis ha messo in guardia contro un «effetto domino» provocato dalla collaborazione tra Cina e Russia.
«Oggi il mondo si divide tra Stati autoritari come la Cina e la Russia e il mondo democratico.
«È una situazione paragonabile a quella di un tempo, quando il mondo era diviso tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
«Se la democrazia crolla in un luogo, l’effetto domino farà ricadere pressioni anche su altre regioni.
«Se la Cina schiacciasse la democrazia di Taiwan, le conseguenze si estenderebbero inevitabilmente anche alle piccole democrazie dell’Europa orientale come la nostra.
«La Cina e la Russia agiscono di concerto per destabilizzare i propri vicini, osservando nel frattempo la reazione degli Stati Uniti.
«È essenziale che il mondo democratico si unisca per aiutare Taiwan».
A ovest, la Lituania confina con l’exclave russa di Kaliningrad.
A est, il confine bielorusso dista appena venti chilometri dal Parlamento.
Il giorno dell’intervista, la Bielorussia stava inviando migranti mediorientali verso il confine lituano e li incoraggiava a forzarlo.
Pur essendo un piccolo Paese, la Lituania è estremamente sensibile alle questioni di sicurezza.
Alle sue spalle c’è una storia di sofferenze.
Nel Medioevo il Granducato di Lituania prosperò come una delle maggiori potenze europee, ma alla fine del XVIII secolo il Paese fu annesso all’Impero russo.
Verso la fine della Prima guerra mondiale ottenne l’indipendenza tanto agognata, ma circa vent’anni dopo fu invaso dall’Unione Sovietica.
Oggi è membro della NATO, ma di fronte alla crescente minaccia russa, nel 2015 ha ripristinato la leva obbligatoria, precedentemente abolita.
Quanto alla Cina, già in un rapporto del 2019 il ministero della Difesa aveva lanciato l’allarme sull’intensificarsi delle attività di spionaggio cinesi nel Paese.
Secondo il rapporto, Pechino intendeva trasformare la piccola Lituania in una base per raccogliere informazioni riservate sulla NATO e sull’UE.
Inoltre, lo scorso settembre, il ministero ha rivolto ai cittadini una raccomandazione insolita riguardo agli smartphone cinesi: «Non usateli. Chi ne possiede uno se ne disfi».
Il ministero ha avvertito che i prodotti del fabbricante cinese Xiaomi incorporavano una funzione capace di rilevare espressioni come «Viva l’indipendenza di Taiwan» e «Tibet libero», e che tale funzione avrebbe potuto essere controllata a distanza.
Alla base della politica lituana favorevole a Taiwan vi è anche il timore di un allontanamento degli Stati Uniti dall’Europa.
Gli Stati Uniti, potenza guida della NATO, hanno spostato la propria attenzione verso l’Asia per concentrarsi sulla competizione strategica con la Cina.
Di conseguenza, Francia e Germania propendono maggiormente per una politica di sicurezza europea autonoma, ma per la Lituania una divisione tra Stati Uniti ed Europa rappresenterebbe uno scenario da incubo.
Sostenendo Taiwan e affermando che «le minacce poste dalla Russia e dalla Cina sono un’unica questione», la Lituania sembra voler preservare la coesione dell’alleanza transatlantica.
I genitori di Maldeikis sono entrambi economisti e, dopo l’adesione della Lituania all’UE, sono stati entrambi membri del Parlamento europeo.
La ferma convinzione che il destino nazionale dipenda dall’alleanza transatlantica gli è stata trasmessa fin dall’infanzia.
Lo spirito anticomunista
In Giappone, il nome della Lituania richiama spesso alla mente Chiune Sugihara, il diplomatico che rilasciò i «visti per la vita» ai profughi ebrei.
Sugihara assunse il proprio incarico presso il consolato giapponese in Lituania nel 1939, ma fu costretto a lasciare il Paese appena un anno dopo.
Nel 1940, infatti, l’Unione Sovietica aveva annesso la Lituania sulla base del protocollo segreto del Patto di non aggressione tedesco-sovietico.
Durante mezzo secolo di dominio sovietico, ai lituani furono imposti l’ideologia comunista e l’insegnamento della lingua russa, mentre la loro coscienza nazionale veniva calpestata.
L’umiliazione di quell’esperienza è tuttora impressa nella memoria del popolo.
In realtà, Taiwan ha una popolazione nove volte superiore a quella della Lituania e un prodotto interno lordo undici volte maggiore.
Eppure i lituani provano una forte solidarietà nei confronti di questa «piccola democrazia» che resiste al Partito comunista, e tale sentimento costituisce il fondamento della loro politica favorevole a Taiwan.
La deputata Dovilė Šakalienė ne è un buon esempio.
Appartenente a un partito di opposizione di centrosinistra, è una rivale parlamentare di Maldeikis, ma sul sostegno a Taiwan è sua alleata e ha partecipato alla delegazione.
Ha quarantatré anni.
Questa bella donna nordeuropea dai capelli biondi, sempre sorridente, assume un’espressione severa quando si parla della Cina.
«Sono cresciuta ascoltando i racconti dei miei nonni sul terrore della repressione sovietica.
«Ciò che spaventa del comunismo è che espande il potere, schiaccia l’umanità e cerca di eliminare chiunque gli resista.
«Per questo non possiamo limitarci a guardare mentre il Partito comunista cinese intimidisce Taiwan».
Il nonno di Šakalienė si rifiutò di prestare servizio nell’Armata Rossa e fu mandato in Siberia ai lavori forzati.
Anche la nonna fu bollata come dissidente e deportata in Siberia.
A quanto racconta, uno dei fratelli o delle sorelle della nonna si era lasciato sfuggire una critica all’Unione Sovietica; qualcuno aveva fatto la spia e lei era stata arrestata.
«Avevo undici anni quando fu proclamato il ripristino dell’indipendenza.
«Non dimenticherò mai mio nonno che piangeva come un bambino e diceva: “Sembra un sogno. Finalmente il mio desiderio si avvererà”».
Durante gli anni delle superiori, Šakalienė studiò negli Stati Uniti, dove respirò l’atmosfera di una società libera.
Dopo la laurea lavorò per un’organizzazione per i diritti umani legata al governo.
Da quando è diventata deputata, sostiene una politica estera incentrata sui diritti umani.
Lo scorso maggio, quando il Parlamento lituano ha adottato una risoluzione che chiedeva un’indagine sul genocidio nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang, in Cina, è stata lei a proporne il testo.
I legami con il Tibet
Fino a pochi anni fa, la Lituania perseguiva una politica estera filocinese.
Aveva partecipato ogni anno al «17+1», il quadro di cooperazione economica tra la Cina e diciassette Paesi dell’Europa orientale, fin dal primo vertice dei leader tenutosi a Varsavia nel 2012.
Aveva inoltre firmato con la Cina un memorandum d’intesa sull’iniziativa «Una cintura, una via».
A segnare l’inizio della fine di questa luna di miele fu un «incidente» avvenuto nell’agosto 2019.
Konstantinas Andrijauskas, professore associato all’Università di Vilnius, spiega: «L’ambasciata cinese intervenne per disturbare una manifestazione di cittadini a sostegno della democrazia a Hong Kong. Lo shock per la popolazione fu enorme».
L’episodio si verificò davanti al Parlamento di Vilnius.
In quel periodo le manifestazioni per la democrazia a Hong Kong si stavano intensificando, e quel giorno i cittadini di Vilnius si erano riuniti nella piazza con bandiere di Hong Kong e del Tibet.
All’improvviso, un gruppo di oltre una decina di cinesi fece irruzione sventolando bandiere rosse cinesi e gridando: «Hong Kong appartiene alla Cina per sempre».
Quando alcuni partecipanti, sorpresi, cercarono di riprenderli con gli smartphone, i membri del gruppo li afferrarono.
Le immagini furono trasmesse in televisione in tutto il Paese.
Inizialmente l’ambasciata cinese negò qualsiasi coinvolgimento.
Tuttavia, un’inchiesta televisiva accertò che l’ambasciatore cinese in Lituania si trovava nei pressi del luogo dell’incidente.
Si scoprì inoltre che un’auto con targa diplomatica aveva trasportato bandiere cinesi e le aveva distribuite ai membri del gruppo.
Il ministero degli Esteri lituano convocò l’ambasciatore cinese per presentargli una protesta formale.
In Lituania vivono circa cinquecento cinesi.
L’impiego delle reti organizzative di un’ambasciata per interferire in un Paese straniero ricordava esattamente i metodi dell’ex Unione Sovietica.
Alla fine dello stesso anno scoppiò un’altra polemica.
Una turista cinese in visita in Lituania compì un gesto percepito come un oltraggio al movimento democratico, e il video dell’episodio circolò su Internet.
In un luogo commemorativo a ovest di Vilnius, chiamato «Collina delle Croci», la donna trovò una croce alta circa trenta centimetri con la scritta «Libertà per Hong Kong».
Ridendo e dicendo «Gente di Hong Kong, a quanto pare», la strappò dal terreno e la gettò via.
In Lituania si diffuse una profonda indignazione: il gesto fu definito «imperdonabile».
La polizia arrivò ad aprire un’indagine per identificare la donna.
La «Collina delle Croci» è considerata in Lituania un luogo sacro nazionale.
Si trova a circa duecento chilometri a ovest di Vilnius.
Percorrendo in auto una vasta distesa di campi, si vede improvvisamente apparire una collina scura.
Avvicinandosi, si scopre che è ricoperta da oltre centomila croci, grandi e piccole, ammassate le une accanto alle altre.
Si dice che la tradizione abbia avuto inizio nel XIX secolo, quando la popolazione vi portò delle croci per commemorare le vittime delle insurrezioni contro la Russia imperiale.
Durante l’epoca sovietica, vi si recavano i familiari dei prigionieri politici deportati in Siberia.
Le autorità sovietiche distrussero più volte il sito con i bulldozer, ma la resistenza silenziosa rappresentata dalle croci continuò.
È un luogo impregnato del dolore e del risentimento di un popolo oppresso.
Il gesto brutale della turista cinese fu quindi interpretato come un insulto non soltanto a Hong Kong, ma anche alla Lituania.
In origine, la Lituania aveva pochi legami con Taiwan.
L’ufficio di rappresentanza taiwanese per i tre Paesi baltici, denominato «Ufficio di rappresentanza di Taipei», aveva sede in Lettonia, e molti lituani non distinguevano nemmeno Taiwan da Hong Kong.
Con il Tibet, invece, da trent’anni la Lituania coltivava un legame tra popoli accomunati dall’oppressione subita per mano di grandi potenze.
Tutto ebbe inizio nel 1990, quando la Lituania proclamò il ripristino della propria indipendenza dall’Unione Sovietica.
Il Dalai Lama, massima guida spirituale del buddhismo tibetano, inviò un messaggio al leader del movimento indipendentista Vytautas Landsbergis, futuro presidente del Parlamento lituano, incoraggiando la «resistenza non violenta».
Si trattava della prima dichiarazione d’indipendenza all’interno del blocco sovietico, e inizialmente nessun Paese la riconobbe.
Il Dalai Lama aveva appena ricevuto il Premio Nobel per la pace del 1989, e il suo messaggio infuse grande coraggio ai lituani, allora isolati e privi di sostegno.
Nel 1991, quando il riconoscimento da parte degli Stati Uniti e dell’Europa rese l’indipendenza una realtà, il Dalai Lama visitò il Parlamento di Vilnius e rese omaggio ai leader del movimento indipendentista.
Grazie a questa amicizia storica, la Lituania continuò ad accogliere le visite del Dalai Lama anche mentre perseguiva una politica filocinese.
A Vilnius esiste persino un parco che ricorda il sostegno al Tibet.
Con l’intensificarsi della repressione o delle intimidazioni cinesi a Hong Kong, nello Xinjiang e a Taiwan, era del tutto naturale che l’atteggiamento dei lituani verso la Cina si raffreddasse.
Quando ho visitato l’Ufficio di rappresentanza taiwanese a Vilnius e ho parlato con il suo rappresentante Huang Chun-yao, questi ha sorriso e mi ha detto: «Sono rimasto sorpreso da quante volte le persone mi abbiano rivolto la parola per strada dicendomi: “Coraggio!”».
Anche Landsbergis, il leader dell’indipendenza ormai ottantanovenne, si sarebbe recato all’ufficio per esprimere il proprio incoraggiamento.
Huang è ormai una figura molto conosciuta in Lituania.
L’allontanamento della Lituania dalla Cina riflette anche la delusione per i benefici dell’iniziativa «Una cintura, una via», rivelatisi inferiori alle aspettative.
La Cina assorbe soltanto circa l’uno per cento delle esportazioni lituane.
Si tratta soprattutto di mobili in legno e prodotti in rame.
Non sorprende, quindi, che le industrie ad alta tecnologia di Taiwan, a cominciare dai semiconduttori, appaiano particolarmente attraenti.