La rappresentazione dei rapporti tra Giappone e Corea del Sud nell’educazione storica sudcoreana

2024-02-27
Le menzogne e le falsificazioni del governo sudcoreano arrivano a questo punto, senza alcuno scrupolo. Ho intuito subito che era pericoloso.

16 aprile 2019

Ripubblico il capitolo pubblicato il 5 dicembre 2018 con il titolo «I rapporti tra Giappone e Corea del Sud descritti nell’insegnamento della storia sudcoreana sono, per così dire, quelli tra “colpevoli al 100% e vittime al 100%”, tra “male assoluto e giustizia assoluta”».

Sorpreso e sconcertato dalle parole e dalle azioni del presidente Lee Myung-bak verso la fine del suo mandato, mi sono chiesto che tipo di paese fosse mai la Corea del Sud e ho cercato informazioni online sulla Corea del Sud e sulla penisola coreana… In un’ora ho capito quale fosse, a mio avviso, la realtà della penisola.
Avevo letto per molti anni l’Asahi Shimbun e ricevuto un’istruzione del dopoguerra. Solo allora ho scoperto una realtà della Corea del Sud di cui, fino a quel momento, non sapevo nulla.

Quanto alla Corea del Nord, credo che chiunque sappia, anche senza fare ricerche, quanto sia terribile, al di là di ogni descrizione.
Poco fa ho trovato un altro articolo che considero un esempio dell’essenza di Internet, la più grande biblioteca della storia umana.
Solo conoscendo questi fatti, a mio avviso, si può comprendere ciò che sta accadendo oggi in Corea del Sud.
In altre parole, senza conoscerli non si possono capire i sudcoreani… e questo, per i giapponesi, è estremamente pericoloso.

Come io, personalmente, ho incontrato un male tale da portarmi a una grave malattia che ha quasi messo fine alla mia vita, così il Giappone, in realtà, è stato esposto continuamente a quel male.
E, a mio giudizio, esso si manifesta non solo contro il Giappone: gli Stati Uniti e le Nazioni Unite sono altri suoi principali terreni d’azione.

La verità presentata da questo lavoro rivela, secondo me, la natura della propaganda antigiapponese.
Il mondo ha chiuso gli occhi sul fatto che, nei settant’anni del dopoguerra, paesi come quelli della penisola coreana e la Cina — che considero paesi di «male insondabile» e di «menzogne plausibili» — abbiano continuato a praticare ciò che definisco nazismo sotto il nome di educazione antigiapponese contro il Giappone, paese in cui, per provvidenza divina, gira la «giradischi della civiltà» e che, insieme agli Stati Uniti, deve guidare il mondo.
Non credo sia esagerato dire che questa sia la vera ragione per cui il mondo resta instabile e i conflitti non cessano.
Il fatto che io sia comparso qui, portando con me, per necessità, la «giradischi della civiltà», era in realtà molto importante: per me, naturalmente, ma anche per i lettori, per il Giappone e per il mondo.

Questo è l’articolo che ho trovato.
Le parti in grassetto nel testo, oltre ai titoli, sono state evidenziate da me.

Fu dopo aver letto un manuale sudcoreano di storia.
I giapponesi vi erano descritti come «demoni» freddi e spietati.
Vi si sosteneva che il Giappone moderno avesse fatto alla Corea «soltanto massacri e spoliazioni».

◆ Perché la Corea del Sud ha riscritto la storia? Riflessioni sulle motivazioni e sul contesto (seconda parte) — Takaaki Yamada

L’epoca di Syngman Rhee, l’inizio delle vere sventure della Corea del Sud

Torniamo al punto principale.
Con la sconfitta del Giappone, il controllo della Corea passò dal Governatorato generale agli Stati Uniti.
All’inizio, le diverse fazioni erano in disaccordo sulla fondazione dello Stato, mentre l’Unione Sovietica si affrettò a insediare un proprio uomo.

Il governo provvisorio e l’esercito indipendentista non furono riconosciuti. Syngman Rhee, che proveniva da quel governo, aveva però studiato negli Stati Uniti e vi aveva svolto attività di pressione politica; finì così per essere posto a capo di un regime fantoccio anticomunista.
Fu invece respinta la pretesa, che considero egoistica, di «includere la Corea tra gli Alleati».
Si riteneva che chi non aveva combattuto né versato sangue non avesse il diritto di avanzare una simile richiesta.
Perciò, a mio avviso, definirsi «popolo vincitore» o «popolo alleato» è contrario ai fatti.
Non posso fare a meno di provare compassione per il fatto che quest’uomo abbia assunto il potere dittatoriale come primo presidente.
Il periodo compreso tra il ritorno di Rhee in patria e il suo esilio fu un’«epoca buia»; è anomalo, secondo me, che ai sudcoreani di oggi ne manchi il ricordo.

In molti sensi, Syngman Rhee fu la radice di ogni male, e la sua epoca corrisponderebbe proprio a ciò che l’insegnamento della storia sudcoreano attribuisce all’«imperialismo giapponese».
La prima atrocità commessa sotto Rhee fu l’«incidente di Jeju»: in sostanza, un massacro degli abitanti dell’isola comunisti o sospettati di esserlo.
Di conseguenza, decine di migliaia di civili furono uccisi e altre decine di migliaia fuggirono in Giappone, dove rimasero.
I massacri continuarono e la popolazione dell’isola diminuì drasticamente.
Episodi simili, anche se di minore portata, si verificarono in altre regioni.

Tra i crimini contro il Giappone attribuiti a Syngman Rhee sono noti la conquista di Takeshima, territorio rivendicato dal Giappone, e l’uccisione di pescatori giapponesi; in realtà, secondo questo articolo, egli avrebbe tentato prima di invadere Tsushima.
Aveva concentrato truppe nell’estremo sud della Corea quando si verificò l’improvvisa invasione nordcoreana.

Poiché non esitava a massacrare perfino i propri cittadini, non è difficile immaginare, sostiene l’autore, che l’esercito sudcoreano avrebbe compiuto un massacro a Tsushima.
Allo scoppio della guerra di Corea, Rhee divenne sempre più ossessionato dai nemici interni e fece giustiziare in massa persone iscritte alla Lega nazionale di orientamento, un’organizzazione destinata alla rieducazione dei comunisti e delle loro famiglie.
Il numero esatto delle persone massacrate dall’esercito e dalla polizia non è noto; secondo alcune stime, avrebbe superato il milione.
La guerra oscurò questi fatti, che continuarono poi a essere nascosti sotto i successivi regimi militari.

L’esercito sudcoreano fu inizialmente respinto nel sud della penisola, ma recuperò terreno dopo l’intervento statunitense e, quattro mesi più tardi, raggiunse il fiume Yalu, al confine con la Cina.
La guerra avrebbe dovuto finire con la sconfitta della Corea del Nord; l’intervento cinese, invece, respinse le forze avversarie fino al 38º parallelo, e il conflitto durò infine tre anni.
Milioni di civili e militari persero la vita e gran parte della penisola coreana fu devastata.

Per inciso, la Corea del Sud non ha chiesto alla Cina, il cui intervento prolungò la guerra e accrebbe il numero delle vittime, di confrontarsi con quel passato o di renderne conto.

In seguito, Syngman Rhee rimase al potere come dittatore fino al 1960.
Fece eliminare come criminali politici non solo i comunisti, ma anche i propri oppositori, e represse duramente manifestazioni e movimenti di protesta.
Secondo l’articolo, alcuni sudcoreani che avevano conosciuto il periodo del dominio giapponese protestavano: «In che senso questa sarebbe una “liberazione”? La società è molto peggiore di quella sotto il dominio imperiale giapponese».
Rhee represse queste voci attraverso il controllo delle idee e della parola, un sistema di delazioni, la polizia segreta e altre forme di governo del terrore.

In questo modo, sempre secondo l’articolo, furono sorvegliate e represse le opinioni favorevoli al Giappone. La generazione che aveva vissuto il periodo giapponese tacque per paura, creando una frattura tra le generazioni, mentre ai bambini furono instillati «falsi ricordi» attraverso i media e la scuola pubblica.

*Durante la guerra del Pacifico, sostiene l’autore, la Corea non subì bombardamenti né, sostanzialmente, la coscrizione militare (la guerra finì prima che il piccolo numero di coscritti fosse inviato al fronte). Sarebbero stati imposti soltanto requisizioni di beni e lavoro forzato: un trattamento che l’autore definisce eccezionalmente favorevole per una «colonia».
Alla fine della guerra, il Giappone aveva subito un gran numero di morti ed era ridotto in cenere, mentre la Corea, secondo il testo, era rimasta quasi intatta.

In altre parole, nel dopoguerra la situazione economica e sociale del Giappone e della Corea si era completamente ribaltata.
Quando Rhee lasciò il potere, però, la Corea era diventata uno dei paesi più poveri e le rispettive condizioni si erano nuovamente invertite.
In definitiva, sostiene l’autore, Rhee non contribuì in alcun modo allo sviluppo della società e dell’economia sudcoreane: esercitò il potere dittatoriale, oppresse la popolazione, massacrò molti dei propri cittadini e impoverì il paese.

Per inciso, l’autore accusa il governo sudcoreano di nascondere ancora questa pagina vergognosa e, al tempo stesso, di inventare massacri mai commessi dall’esercito giapponese, insegnando ai bambini una storia falsa. Non lo renderebbe questo, in un certo senso, complice?

Perché una storia nazionale falsa si è tramandata?

Dopo l’esilio di Syngman Rhee, la Corea del Sud attraversò un periodo di disordini. A conquistare infine il potere fu Park Chung-hee.
Come è noto, era stato ufficiale dell’esercito giapponese. Con la firma del trattato fondamentale tra Giappone e Corea del Sud normalizzò le relazioni bilaterali e ottenne ingenti fondi dal Giappone.
Park sviluppò industrie pesanti come la siderurgia e la petrolchimica, ampliò le infrastrutture e realizzò la rapida crescita economica nota come «miracolo sul fiume Han».

Tuttavia, con finanziamenti giapponesi superiori al doppio del bilancio nazionale e con un vicino disposto a insegnare, passo dopo passo e per senso del dovere, tecnologie e competenze, […] non mi sembra così difficile produrre un «miracolo».

Così, sostiene l’autore, la Corea del Sud riuscì a uscire dalla povertà per ben due volte grazie agli aiuti e alla collaborazione del Giappone.
Eppure neppure il presidente Park Chung-hee modificò quella che l’autore definisce propaganda che dipingeva il Giappone come il male assoluto.

Avendo represso duramente le proteste e i movimenti contro il governo, Park divenne oggetto del risentimento di alcuni cittadini.
Per una dittatura militare, che inevitabilmente crea tensioni interne, è indispensabile avere un bersaglio verso cui deviare l’odio e il malcontento della popolazione.
La Corea del Nord o i comunisti non erano sufficienti.
Del resto, tra gli oppositori del governo vi erano molti loro simpatizzanti.
Occorreva un «nemico del popolo» indipendente dalle divisioni ideologiche.
Forse per questi calcoli politici, Park Chung-hee mantenne l’insegnamento che, secondo l’autore, demonizzava il Giappone.

Attribuì inoltre tutti i risultati degli aiuti economici giapponesi ai propri meriti. A differenza dell’immagine generalmente diffusa in Giappone, è difficile considerarlo una persona particolarmente leale.
Anzi, sembra che abbia aggiunto un altro elemento all’istruzione pubblica.
Si trattava di coltivare un orgoglio del tipo «il nostro popolo è grande fin dall’antichità».
*In altre parole, pare che abbia rafforzato una visione della storia incentrata sull’orgoglio nazionale (preciso però che non ho documenti a disposizione e che questa affermazione si basa soltanto su quanto ho sentito dire).
Il rovescio della medaglia era presentare il Giappone come un paese «culturalmente arretrato».

Per far risaltare la superiorità del proprio popolo attraverso il confronto con altri, il termine di paragone non poteva certo essere la Cina: era il Giappone antico e medievale.
Ai bambini sudcoreani si insegna che «i nostri antenati hanno insegnato ai giapponesi questa o quella cosa» oppure che «un tempo eravamo più avanzati del Giappone».
Tra le conoscenze che la Corea avrebbe trasmesso figurano, nell’antichità, la risicoltura, la tessitura, l’architettura, il buddhismo, la carta e la scrittura; all’epoca dell’invasione di Hideyoshi, le tecniche di produzione della ceramica; e, nel periodo Edo, la medicina, il confucianesimo, la calligrafia e la pittura attraverso le missioni diplomatiche coreane.
Dal confronto con il Giappone nascerebbe così un senso di superiorità nazionale: «Fino alla Restaurazione Meiji, la Corea era culturalmente più avanzata» e «i nostri antenati furono i maestri che civilizzarono i barbari giapponesi».
Se poi si dà grande rilievo all’invasione di Hideyoshi e a quella del Giappone moderno, diventa naturale indignarsi pensando: «Hanno ripagato il bene con il male».
Secondo l’autore, si formò così la base di un’«anomala educazione storica» che avrebbe alimentato fino a oggi sia un senso di superiorità verso il Giappone sia una coscienza vittimistica.

Anche Chun Doo-hwan e Roh Tae-woo, diventati in seguito presidenti e provenienti come Park dall’ambiente delle accademie militari, proseguirono l’insegnamento antigiapponese.
Le ragioni furono probabilmente simili.
Un regime militare ha bisogno di un bersaglio sul quale convogliare l’odio della popolazione.
Chun Doo-hwan, inoltre, fu responsabile della repressione dei cittadini durante gli eventi di Gwangju.
Voleva anche realizzare un «miracolo» simile a quello di Park, ottenendo ingenti aiuti economici dal Giappone.

Per raggiungere tale scopo, sostiene l’autore, sfruttò la controversia sui manuali scolastici: perché un uomo del genere avrebbe dovuto correggere l’insegnamento antigiapponese?

Nel 1988, la Corea del Sud passò finalmente a un sistema democratico.
Almeno in linea di principio, la libertà di pensiero e di espressione era quasi interamente garantita.
Tuttavia, secondo l’autore, quarant’anni di propaganda interna avevano ormai trasformato i «falsi ricordi» in verità comunemente accettate, e sarebbe stato troppo tardi per porvi rimedio.
I sudcoreani si erano identificati completamente, sul piano emotivo, con il «padre fondatore».
Gli indipendentisti erano ormai diventati un elemento dell’identità nazionale coreana.
In altre parole, la popolazione sarebbe stata convinta di avere «combattuto coraggiosamente e sconfitto il demone dell’imperialismo giapponese» e sarebbe diventata custode di quel mito, ormai difficile da mettere in discussione.

Un’«amicizia tra Giappone e Corea del Sud» che, secondo l’autore, non è mai esistita

Anch’io ho avuto rapporti personali con persone sudcoreane.
La mia esperienza mi ha lasciato l’impressione che «non fossero affatto degli estranei».
Conosco persone che dicono di essere state ingannate, derubate o non pagate facendo affari con sudcoreani; per fortuna, a me non è mai capitato nulla di spiacevole.
Per questo considero ancora i sudcoreani che conosco quasi come parenti.
Forse anche i giapponesi che, cent’anni fa, si dedicarono alla modernizzazione della società coreana con una benevolenza e un senso del dovere che l’autore giudica persino eccessivi erano mossi da un sentimento simile.

«Non mi sembravano estranei» oppure «sembravano fratelli separati da tempo e ridotti in miseria»: forse la spiegazione è questa.
Nelle mie relazioni personali, tuttavia, trovavo strano che persino persone sudcoreane intelligenti e miti cambiassero espressione non appena, per caso, la conversazione toccava la storia.
Era come vedere qualcuno soffrire per il riaffiorare del ricordo di maltrattamenti subiti nell’infanzia.

Ne capii il motivo quindici anni fa, quando lessi la traduzione di un manuale sudcoreano di storia.
I giapponesi vi erano descritti come «demoni» freddi e spietati.
Vi si sosteneva che il Giappone moderno avesse fatto alla Corea «soltanto massacri e spoliazioni».

Le menzogne e le falsificazioni del governo sudcoreano arrivano a questo punto, senza alcuno scrupolo.
Ho intuito subito che era pericoloso.
I bambini, naturalmente, crescono credendo che tutto ciò sia vero.
È l’equivalente, secondo l’autore, di una propaganda sul «Giappone mostruoso» persino più intensa di quella contro americani e britannici diffusa dal Giappone durante la guerra.

I rapporti tra Giappone e Corea del Sud descritti nell’insegnamento della storia sudcoreana sono, per così dire, quelli tra «colpevoli al 100% e vittime al 100%», tra «male assoluto e giustizia assoluta».
È una banale storia in cui il bene si oppone al male, come potrebbe concepirla un falso eroe.

Poiché Syngman Rhee assunse il potere dittatoriale come primo presidente, una simile finzione sarebbe diventata un vero mito fondativo. Il presunto indottrinamento, proseguito fino a oggi, avrebbe portato anche i comuni sudcoreani a identificarsi emotivamente con questa figura che l’autore considera falsa.

La Corea del Sud sarebbe, secondo l’autore, un paese anomalo che per sessantacinque anni ha continuato, attraverso lo Stato, a impartire un’educazione che instilla odio e pregiudizi verso un determinato popolo.

Per di più, cercherebbe di imporre anche ai giapponesi ciò che l’autore giudica una falsità, chiamandola «corretta conoscenza della storia».

Se un intero paese crede a ciò che l’autore ritiene contrario ai fatti scientifici e oggettivi, si entra ormai nel campo della «fede».
Secondo questa metafora polemica, oltre ai paesi cristiani, musulmani e buddhisti, sulla Terra esisterebbe un quarto tipo di paese: uno «Stato della setta della verità antigiapponese».
La Corea del Sud sarebbe come un’unica setta.

Perciò, sostiene l’autore, i giapponesi che affermano seriamente che la Corea del Sud è un paese amico o un partner che condivide gli stessi valori sono molto ignoranti, ingenui fino alla stupidità oppure al servizio di qualcuno.

A suo giudizio, sarebbe invece un paese tutt’altro che amichevole, con valori diversi.
Chi è favorevole alla Corea del Sud, ora sconcertato dal suo «improvviso» atteggiamento antigiapponese, direbbe: «Finora i rapporti tra Giappone e Corea del Sud funzionavano» oppure «Si tratta solo di contrasti fra politici e governi; presto torneremo ai precedenti rapporti di amicizia».
«Per gli sciocchi non c’è cura», commenta l’autore.

La Corea del Sud, sostiene, sarebbe sempre stata così; avrebbe iniziato ad avanzare contestazioni su ogni questione soltanto perché il mutare delle circostanze non la obbligherebbe più a nascondere la propria natura.

In primo luogo, esisterebbe una grande distanza tra l’idea giapponese di amicizia tra i due paesi e quella che l’autore attribuisce ai sudcoreani.
I giapponesi immaginerebbero letteralmente un’«amicizia fra pari».
I sudcoreani, invece, partirebbero dal presupposto di un rapporto tra «colpevoli al 100% e vittime al 100%». Quando parlano di «amicizia» o «collaborazione», intenderebbero dunque: «I giapponesi devono essere pienamente consapevoli della loro posizione di colpevoli».
In altre parole: «Dovete mettervi al servizio delle vittime».

La questione se Giappone e Corea del Sud debbano riconciliarsi appartiene a un altro piano; credere che possano farlo facilmente sarebbe, secondo l’autore, troppo ingenuo.

Bisognerebbe senz’altro promuovere gli scambi e il dialogo personali fra giapponesi e sudcoreani, senza però aspettarsi troppo dai loro effetti.
Sarebbe come eliminare soltanto le creature che attaccano al fronte, lasciando alle spalle la madre aliena che continua a deporre uova.

Perché questi scambi producano davvero un effetto, bisognerebbe prima eliminare quella «madre», cioè ciò che l’autore definisce l’indottrinamento antigiapponese dei bambini.
Per quanto l’autore lo ritenga profondamente sbagliato, l’istruzione di un paese resta comunque una questione interna.
Solo i sudcoreani potrebbero riformarla.

Non saprei dire se sia possibile.
In fondo, però, l’autore considera quella narrazione una credenza priva di basi scientifiche, che presenta una falsità come «giusta».
Se venisse illuminata dalla verità, la menzogna si dissolverebbe gradualmente.
Ma questo equivarrebbe, in un certo senso, al «crollo dell’identità fondamentale» della Repubblica di Corea.
Perciò, sostiene l’autore, il governo teme la verità storica e, di fatto, limita la libertà di pensiero e di espressione fino a mettere a tacere le persone.
Da un altro punto di vista, si potrebbe interpretare tutto ciò come un ultimo, disperato tentativo di resistere.

D’altra parte, l’atteggiamento che il Giappone dovrebbe assumere non è forse chiaro?
Dovrebbe innanzitutto chiedere: «Riscrivete i manuali di storia in conformità ai fatti».
A questo punto, obietta l’autore, non basta più invocare la natura interna della questione.
La Corea del Sud avrebbe instillato nei bambini odio e pregiudizi verso il Giappone, mentre sul piano politico fingeva di esserne amica e partner.
Si potrebbe dire, secondo l’autore, che abbia ingannato e sfruttato il Giappone attraverso una diplomazia dai due volti.
Forse, in cuor suo, pensava perfino: «Ingannare i giapponesi è facilissimo».

D’ora in poi, però, secondo l’autore, non potrà più funzionare un atteggiamento che in pubblico afferma «Giappone e Corea del Sud dovrebbero collaborare» o «In realtà non odiamo il Giappone», mentre nella scuola pubblica dipinge il Giappone come un demonio.
Non ci cascheremo più.

Secondo l’autore, i sudcoreani non avranno futuro se non affronteranno quella che egli considera la verità storica.
Bisogna prima correggere il problema alla radice.
Solo allora si potrà parlare del resto.

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