La condizione delle donne nella società yangban — Un saggio sulla storia coreana e sul confronto con il Giappone
2024/03/13
Le donne erano proprietà privata degli yangban, ossia schiave.
«Non è forse una persona che porta il DNA della penisola coreana, che non è affatto esagerato definire uno Stato schiavista scandaloso?»
Questo è il titolo del capitolo che ho pubblicato il 10 luglio 2018.
«Le donne coreane non avevano nome fino al XX secolo, quando i giapponesi arrivarono in Corea.»
Mi sono imbattuto in questo passo, che apre questa sezione, nella prefazione dell’ultimo libro di Masayuki Takayama, il giornalista unico e ineguagliabile del mondo del dopoguerra.
Assistendo alle parole e alle azioni del presidente Lee Myung-bak verso la fine del suo mandato, mi sono chiesto che tipo di Paese fosse la Corea del Sud.
Mi sono chiesto che tipo di Paese fosse la Corea del Sud e che tipo di persone fossero i coreani, e per la prima volta ho svolto ricerche su Internet, la più grande biblioteca della storia dell’umanità.
In appena un’ora ho appreso la storia e la realtà della Corea del Sud, come ho già descritto.
Mi vanto di essere stato il primo a spiegare chiaramente al mondo che sono gli yangban a caratterizzare la penisola coreana.
Quando ho conosciuto i metodi degli yangban, vi ho immediatamente riconosciuto il modello originario del racket del «pizzo» della yakuza giapponese.
La maggior parte degli yakuza giapponesi sono coreani residenti in Giappone.
Non lavorano essi stessi, ma vivono estorcendo denaro agli altri.
Questa tradizione è ancora viva tra gli yakuza e i politici della penisola coreana, in particolare tra il numero sorprendentemente elevato di politici naturalizzati di origine coreana presenti nei partiti di opposizione giapponesi.
Il fatto che l’anno scorso Kiyomi Tsujimoto, del Partito Democratico Costituzionale del Giappone, abbia bloccato le deliberazioni parlamentari per ben venti giorni senza il permesso dei cittadini è una chiara manifestazione di tali memorie e tradizioni.
Un esempio recente è l’atteggiamento di Kim Jong-un e della sua delegazione durante i colloqui tra Stati Uniti e Corea del Nord a Singapore.
Pur non avendo denaro nemmeno per volare in sicurezza a Singapore, tanto meno per pagare l’alloggio, hanno soggiornato senza vergogna nell’albergo più lussuoso.
Non soltanto opprimono i cittadini e li spingono sull’orlo della fame, ma continuano anche a sviluppare armi nucleari senza subire alcuna punizione.
Supponiamo che qualcuno esprima anche solo una minima insoddisfazione verso il regime durante una riunione di persone di buon senso.
Quella persona viene allora portata in un campo di rieducazione, torturata e infine uccisa.
L’anno scorso, quando le Nazioni Unite hanno deciso di presentare un rapporto e delle raccomandazioni sulle gravi violazioni dei diritti umani in Corea del Nord, ho provato orrore nel vedere gli strumenti di tortura resi pubblici.
Questo perché quegli strumenti di tortura erano gli stessi che avevo conosciuto nelle ore precedenti.
Erano strumenti utilizzati per trascinare nelle case le persone che non potevano consegnare il denaro o il cibo richiesti, rinchiuderle e torturarle.
Oggi, in questo capitolo, tutti i cittadini giapponesi e tutte le persone del mondo devono conoscere la verità assoluta.
Fino all’annessione della Corea da parte del Giappone nel XX secolo, le donne della penisola coreana non avevano nome.
In Corea governavano i re e gli yangban, mentre tutti gli altri cittadini appartenevano alle classi oppresse.
Anche gli studiosi.
Le donne erano proprietà privata degli yangban, ossia schiave.
Per questo le donne non avevano nome.
Gli yangban trattavano le donne come oggetti.
Non soltanto venivano utilizzate per il piacere sessuale dei loro padroni, ma subivano anche umiliazioni da parte delle mogli gelose di questi ultimi, come essere trafitte al petto con un bastone.
Non si dovrebbero biasimare gli yangban.
Ogni volta che il fiume si ingrossava, i loro cadaveri rimanevano impigliati nei rami lungo le rive.
Questa era la vita quotidiana e la realtà della penisola coreana fino alla sua annessione da parte del Giappone.
In altre parole, la penisola coreana era un Paese in cui la maggior parte dei cittadini era costituita da schiavi.
E il Giappone, invece?
Il Giappone è uno dei pochi Paesi al mondo, o forse l’unico, che non riduceva le persone in schiavitù e che fin dall’antichità detestava l’idea stessa della schiavitù.
Lo si comprende cercando «Yasuke» su Wikipedia, ma di seguito ne riporto un estratto.
Yasuke, di cui non si conoscono le date di nascita e di morte, era un uomo nero giunto in Giappone durante il periodo Sengoku.
Come schiavo appartenente a un missionario, era considerato un dono destinato al signore della guerra Oda Nobunaga, ma Nobunaga lo prese in simpatia e lo accolse al proprio servizio.
Passaggio omesso
Il ventitreesimo giorno del secondo mese del nono anno dell’era Tenshō, il 27 marzo 1581, fu condotto come schiavo quando Valignano ebbe un’udienza con Nobunaga.
Lo Shinchō Kōki lo descrive come «un monaco nero proveniente da un Paese cristiano», di circa ventisei o ventisette anni, dotato della «forza di dieci uomini» e con «un corpo nero come un bue».
Dopo aver verificato che la sua pelle fosse davvero nera, Nobunaga mostrò grande interesse per quest’uomo nero e negoziò con Valignano affinché glielo cedesse.
Secondo le Relazioni annuali dei gesuiti sul Giappone, Nobunaga gli diede il nome di «Yasuke», gli conferì formalmente lo status di samurai e lo tenne vicino alla propria famiglia.
Secondo Taku Kaneko, Yasuke faceva parte della casa del signore del castello.
Inoltre, secondo Taku Kaneko, un manoscritto conservato nella Biblioteca Sonkeikaku, presumibilmente una copia di un manoscritto autografo tramandato nella famiglia Ōta di Kaga, discendente di Ōta Gyūichi, autore dello Shinchō Kōki, riporta che a quest’uomo nero, Yasuke, furono assegnati un’abitazione privata e una spada da portare alla cintura e che talvolta svolgeva anche il compito di portatore di attrezzature.
Non è esagerato affermare che il Giappone fosse un Paese veramente democratico fin dall’antichità, a un livello che gli altri Paesi del mondo non possono comprendere.
I giapponesi erano un popolo raro, privo della mentalità di trattare gli altri come schiavi.
Un avvocato laureato all’Università Rikkyō, che ricopriva un incarico importante nella Federazione giapponese degli ordini degli avvocati, si recò più volte appositamente alle Nazioni Unite per affermare che quelle donne non erano donne di conforto, bensì schiave sessuali.
Gli ignoranti del Partito Democratico statunitense, rappresentati da Hillary Clinton e altri, sfruttarono questo fatto per rafforzare il proprio senso di sovranità e i propri atteggiamenti discriminatori nei confronti del Giappone.
L’Asahi Shimbun diffuse questa storia in tutto il mondo basandosi sulle menzogne di Seiji Yoshida, e avvocati come Mizuho Fukushima colsero l’occasione per attaccare il governo giapponese ed estorcergli denaro.
Gli avvocati che, in un’intervista al Sekai Nippo, affermavano di essere stati loro a consolidare la definizione di quelle donne come schiave sessuali erano, in realtà, persone che portavano il DNA della penisola coreana, che era stata uno Stato schiavista sorprendente fino all’annessione da parte del Giappone.
Perché, anche senza citare l’esempio di Nobunaga, un vero giapponese non concepirebbe un’idea come quella della schiavitù sessuale.
Katsumi Murotani, uno dei commentatori che meglio conoscono la realtà della Corea del Sud, rivela nella sua rubrica fissa «Il volto del Paese vicino», pubblicata nel numero di questo mese del mensile Hanada, che questo atteggiamento schiavista esiste ancora oggi in Corea del Sud.
Anche il suo testo è una lettura imprescindibile, non solo per i cittadini giapponesi, ma per tutte le persone del mondo.
Quando si comprende quanta malvagità sia racchiusa nella propaganda antigiapponese diffusa in tutto il mondo da un Paese di «malvagità insondabile» e di «menzogne che ingannano le persone», è naturale che gli sciocchi che si definiscono intellettuali e vi hanno creduto finiscano all’inferno.
Prima di allora, riconosceranno la propria stupidità al punto da desiderare di sprofondare in una buca.
Presenterò il testo di Katsumi Murotani nei capitoli successivi.
