Asahi scopre «certe persone»: anche sul vaiolo delle scimmie l’Asahi Shimbun non riferisce la verità essenziale

2024-01-15
Quanto segue è tratto dall’ultimo libro di Masayuki Takayama, Henkenjizai: chi ha sepolto Shinzo Abe?.
Questo libro è l’ultimo volume della serie che raccoglie in edizione rilegata le sue celebri rubriche pubblicate sul settimanale Shukan Shincho; il testo originale, tuttavia, è stato ulteriormente affinato, diventando ancora più scorrevole.
Anche soltanto per questo libro, egli merita il Premio Nobel per la Letteratura.
È una lettura indispensabile non soltanto per il popolo giapponese, ma per tutti i popoli del mondo.
Asahi scopre «certe persone»
L’epidemia di vaiolo delle scimmie ebbe inizio e il 23 luglio, mentre il contagio si diffondeva, Tedros, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dichiarò una «emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale».
È lo stesso uomo che, quando comparve il coronavirus di Wuhan, poi divenuto una pandemia mondiale, disse: «Non c’è molto di cui preoccuparsi».
Allora era rimasto impassibile anche dopo che Xi Jinping gli aveva schiaffeggiato una mazzetta di banconote sulle guance, ma questa volta la sua espressione era diversa.
Tutti temettero che fosse cominciata la diffusione di una malattia terribile.
Un gruppo di esperti dell’OMS riesaminò quindi se la situazione costituisse un’emergenza.
La California dichiarò autonomamente lo stato di emergenza e anche i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Stati Uniti (CDC) entrarono in azione.
Nello stesso periodo comparve anche in Giappone il primo paziente affetto da vaiolo delle scimmie e i giornali cominciarono a scriverne; tuttavia, non si riusciva affatto a capire che genere di malattia fosse né perché il mondo ne stesse facendo tanto clamore.
L’Asahi Shimbun, per esempio, spiegò che il primo paziente registrato in Giappone era entrato in contatto con una persona infetta in Europa e aveva sviluppato la malattia dopo essere tornato in patria.
Le circostanze erano simili a quelle del primo paziente affetto dal coronavirus di Wuhan.
Allora il paziente era un cinese rientrato da Wuhan, ma Asahi ne aveva nascosto la nazionalità.
Anche questa volta la nazionalità non venne rivelata.
L’articolo proseguiva affermando che questa malattia appartiene «alla stessa categoria della rabbia» e che «si trasmette attraverso i fluidi corporei e il sangue del paziente».
A leggerlo, sembrava quasi che i pazienti contagiassero gli altri mordendoli.
Eppure scriveva che «la maggior parte delle persone contagiate guarisce dopo una forma lieve» e, in un altro articolo, che «occorre fare attenzione a non alimentare i pregiudizi contro i pazienti».
Lo stesso valeva per la televisione.
Una settimana dopo la dichiarazione di Tedros, durante un programma di TV Asahi, Akira Ikegami, come sempre estraneo alla verità, parlò come se non vi fosse alcun motivo di preoccuparsi, dicendo: «Anche se vi contagiate, la malattia sarà lieve» e «guarirete presto».
Si trattava dunque di un’emergenza oppure non c’era nulla di cui preoccuparsi?
Poiché i servizi giornalistici giapponesi non fornivano alcuna risposta chiara, consultai l’agenzia Bloomberg per verificare che cosa avesse realmente detto Tedros.
Il succo della sua dichiarazione era che «questa infezione può essere contenuta adottando misure rivolte a determinate persone».
Per «determinate persone» si intendevano «gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini» oppure «gli uomini che hanno rapporti sessuali con partner non specifici, dello stesso sesso o del sesso opposto».
In parole povere, si trattava di un secondo HIV.
Quando a New York cominciarono a somministrare contro questa malattia il vaccino antivaioloso, le persone in fila per riceverlo erano esclusivamente uomini.
Il vaiolo delle scimmie deve il suo nome al fatto che, in origine, era una malattia delle scimmie.
Secondo i documenti, fu scoperto nello Zaire nel 1970 e, per lungo tempo, venne considerato una malattia endemica di quella regione.
Alcuni anni fa, tuttavia, negli Stati Uniti fu confermato un caso d’infezione e vennero individuate ben cinquanta varianti.
Ora il contagio si stava diffondendo rapidamente in tutto il mondo.
Nel mondo erano state contagiate ventiduemila persone e un quarto di esse si trovava negli Stati Uniti.
Fortunatamente esisteva un vaccino efficace.
Tuttavia, leggendo gli articoli di Asahi, era impossibile capire quali persone dovessero realmente stare in guardia contro questa malattia.
Se si cerca di intuire che cosa passasse per la mente di Asahi, probabilmente temeva che, nominando le persone LGBT, vale a dire i gay, sarebbe stata accusata di «alimentare i pregiudizi nella società».
Oppure temeva che i gay, nonostante Asahi si considerasse dalla parte dei più deboli, l’avrebbero accusata di «tradimento» e di «delazione»?
Più o meno nello stesso periodo, l’Asahi Shimbun, tanto premuroso verso i gay, pubblicò nella pagina di cronaca un articolo intitolato «Vogliamo conoscere la verità».
L’articolo riferiva che si era concluso il processo intentato dalla moglie di un funzionario dell’ufficio finanziario, suicidatosi in relazione al caso Moritomo, contro il superiore del marito.
Era una vicenda che, normalmente, avrebbe meritato soltanto un trafiletto.
Eppure, quel titolo fu probabilmente scelto per il desiderio di «gettare acqua fredda» sul clima di cordoglio per l’ex primo ministro Abe, caduto sotto i colpi di un’arma da fuoco.
Asahi, animato dal rancore verso l’ex primo ministro Abe, che aveva smascherato la menzogna sulle donne di conforto e ridotto il giornale a una testata di terz’ordine, fabbricò lo scandalo Moritomo.
In primo luogo, lo stesso marito defunto aveva testimoniato che non vi era stato né uno sconto ingiustificato né alcuna irregolarità.
A spingerlo al suicidio furono i parlamentari dell’opposizione che, approfittando degli articoli di Asahi, lo sottoposero ai loro insulti.
Se Asahi vuole tirare in ballo la «verità», dovrebbe piuttosto avere il coraggio di dire la verità per il bene delle persone gay.
(Numero dell’11-18 agosto 2022)

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